8 MARZO: QUEST’ANNO GLI AUGURI NON CI SERVONO

di Cooperativa Sociale Iskra

Le donne lavoratrici della Cooperativa Sociale Iskra

Lettera aperta ai cittadini e agli amministratori.

Siamo donne lavoratrici nei servizi sociali, nel Vallo di Diano siamo in centinaia ad essere regolarmente impegnate con contratto mediamente part-time.
Siamo centinaia a prenderci cura di anziani non autosufficienti, di persone con disabilità, di minori.
Siamo in centinaia a contribuire, in modo sostanziale, al benessere della nostra Società, perché se è vero che il grado di civiltà di una società si misura anche dalla capacità che essa ha di accogliere e di prendersi cura delle fasce deboli, il nostro è uno dei lavori che permette a questo di essere un Paese civile.
Se veramente l’Italia ha le sue fondamenta nella Costituzione, noi, lavoratrici nel sociale, siamo un pezzo dell’articolo 3, siamo la parte di Repubblica che fatica, progetta per rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona.
Noi operatrici sociali, col nostro lavoro, abbiamo contribuito a rimuovere l’idea assistenzialista della cura dell’altro, abbiamo contribuito a creare una prospettiva di vita futura, a creare nel disagio una via di uscita, per gli utenti e per le loro famiglie, a dimostrare che si può progettare, si può avviare un percorso di miglioramento della qualità della vita. In questo settore circa il 90% degli operatori è donna, probabilmente perché la cura dell’altro nella nostra società è un concetto legato al ruolo della donna nella famiglia.
Forse è per questo che il nostro lavoro sta per essere smantellato, trattato come se un lavoro non fosse, come se il nostro contributo allo sviluppo della Società fosse in realtà un fardello per la Società stessa. O forse è perché il nostro lavoro si presume portatore di un reddito secondario per le nostre famiglie, dove presumibilmente esiste già un’altra entrata reddituale più consistente.
O forse, semplicemente si fa il discorso che il gioco non vale la candela: il nostro è un lavoro oneroso per i Governi, la cura delle fasce più deboli è una macchina che costa troppo, dunque, fatti i conti, meglio perdere i deboli per strada, nei vicoli, nelle stanze chiuse delle loro case.
Noi sappiamo cosa vuol dire lavorare nel sociale: per lavorare con situazioni di marginalità  oltre ad avere la capacità di accogliere l’altro, è necessario l’impegno, la professionalità, la capacità di formarsi e informarsi continuamente riguardo ai sempre crescenti disagi che ammalano la nostra società; vuol dire essere coscienti del fatto che “prendersi cura” dell’altro significa accompagnare l’altro ad essere autonomo, ad affrancarsi da quel concetto di assistenzialismo legato all’opera caritatevole.
Oggi il nostro lavoro, insieme alla malattia o al disagio  diventano precari.
Si aspetta La buona stella, la buona fortuna, la buona volontà di brave persone. Ciò porta ad una diversa concezione dei diritti “esigibili”, essi scompaiono, per fare posto alla pietà e alla buona coscienza. Così lo Stato, i governi, riescono a liberarsi dei più deboli, escludendo le professionalità che se ne occupano e che significano progettualità, autonomia, emancipazione, per delegare alle “persone di buona volontà la cura dei bisognosi”.
Ecco perché diciamo BASTA!: abbiamo assistito in silenzio alle decisioni che chi ci governa prende sulla nostra pelle, sulle nostre braccia, sulle nostre schiene stanche.
Diciamo basta perché quello che è maturato nel giro di due – tre anni dal 2008 ad oggi è un progressivo annullamento della dignità della persona, attraverso la riduzione di quasi l’80% delle risorse economiche destinate alle politiche sociali.
Quest’anno gli auguri per l’8 marzo non li vogliamo, perché per noi l’8 marzo è la celebrazione delle lotte, dei sacrifici, delle conquiste che negli anni le donne hanno portato avanti per affermare e difendere la loro dignità.
Non li vogliamo, perché negli ultimi anni, la dignità delle donne, che sono cittadine, madri, figlie, sorelle, compagne, amiche, colleghe, è stata fortemente vilipesa, offesa, abusata.
In questo clima noi, donne lavoratrici nel sociale, vogliamo denunciare la situazione di precarietà e di insicurezza che grava sulle nostre teste; vogliamo che tutti vedano che sul nostro futuro abbiamo solo incertezze e poche speranze di poter continuare a lavorare.
Ecco perché gli  auguri non li vogliamo.

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