La Corte di Giustizia della UE boccia la norma italiana che prevede il reato di clandestinità

di Sabatino Grasso

Incompatibile la normativa nazionale che prevede la reclusione dello straniero che non si sia conformato ad un ordine di allontanamento. La Corte di Giustizia della UE, con sentenza C-61/11 PPU del 28 aprile 2011, ha sancito che la reclusione degli immigrati irregolari prevista dal “pacchetto sicurezza” è in netto contrasto con la direttiva europea sui rimpatri (Direttiva 2008/115/CE). La Corte di Giustizia della UE ha bocciato la norma italiana che prevede il reato di clandestinità, che punisce con la reclusione gli immigrati irregolari. La norma – chiariscono i giudici – è in forte contrasto con la direttiva europea sui rimpatri dei clandestini. Dall’Europa arriva così un nuovo colpo al “pacchetto sicurezza” introdotto dal governo Berlusconi nel 2009, dopo che la Consulta ne aveva già dichiarato incostituzionali alcuni punti. Il reato di clandestinità, punendo con il carcere l’immigrato irregolare che non lasci il Paese, “può compromettere la realizzazione dell’obiettivo di instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali”. Queste le motivazioni della Corte, secondo cui gli Stati membri “non possono applicare una normativa, sia pure di diritto penale, tale da compromettere la realizzazione degli obiettivi perseguiti da una direttiva e da privare quest’ultima del suo effetto utile”. Nel caso in esame a non essere rispettata è la direttiva rimpatri, che – sottolinea la Corte – “non è stata trasposta nell’ordinamento giuridico italiano”. La norma UE “persegue l’obiettivo di limitare la durata massima della privazione della libertà nell’ambito della procedura di rimpatrio e di assicurare così il rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini dei paesi terzi in soggiorno irregolare”. Secondo la Corte, “la procedura di allontanamento italiana differisce notevolmente da quella stabilita da detta direttiva” e ribadisce che “se è vero che la legislazione penale rientra in linea di principio nella competenza degli Stati membri e che la direttiva rimpatri lascia questi ultimi liberi di adottare misure anche penali nel caso in cui le misure coercitive non abbiano consentito l’allontanamento, gli Stati membri devono comunque fare in modo che la propria legislazione rispetti il diritto dell’Unione”. La sentenza della Corte di Giustizia della UE si riferisce in particolare al caso dell’algerino Hassen El Dridi, condannato nel 2010 a un anno di reclusione dal tribunale di Trento per non aver rispettato un ordine di espulsione. Dopo il ricorso presentato dallo stesso El Dridi, la Corte di appello di Trento ha chiesto alla Corte UE di chiarire se la normativa italiana fosse in contrasto con quella europea sui rimpatri. La risposta è arrivata chiara e inequivocabile.

I Commenti sono chiusi


Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi