Pubblicato il terzo Rapporto sulla Coesione Sociale

di Sabatino Grasso

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, insieme a Inps e Istat, hanno presentato ieri, 18 dicembre 2012, il terzo Rapporto sulla Coesione sociale. Anche quest’anno il Rapporto è articolato in due volumi, il primo è una guida ai principali indicatori utili a rappresentare la situazione nel nostro Paese e la sua collocazione in ambito europeo. L’obiettivo è quello di fornire, in modo particolare ai policy maker alcune importanti indicazioni per conoscere le situazioni economiche e sociali sulle quali intervenire per migliorare le condizioni di vita delle persone. Il secondo si compone di una serie di tavole statistiche che offrono dati, generalmente aggiornati al 2011, articolati a diversi livelli territoriali per consentire comparazioni regionali e internazionali. A questo fine sono state utilizzate indagini statistiche ed archivi amministrativi nazionali (di fonti Inps, Ministero del Lavoro e Istat) e fonti internazionali (Eurostat e Ocse). Le informazioni sono organizzate in tre sezioni: I. Contesti, che riporta tre quadri informativi di scenario con taglio socio-demografico, economico e del mercato del lavoro; II. Famiglia e coesione sociale, in cui si rappresentano alcuni fenomeni rilevanti come il capitale umano, la conciliazione tempo di lavoro e cura della famiglia, la povertà; III. Spesa ed interventi per la coesione sociale, con dati sulla spesa sociale delle amministrazioni pubbliche, sulla protezione sociale, sulle politiche attive e passive del mercato del lavoro, sui servizi sociali degli Enti locali. Continua ad aumentare anche l’aspettativa di vita della popolazione italiana, pari a 79,4 anni per gli uomini e a 84,5 per le donne, con un guadagno rispettivamente di circa nove e sette anni in confronto a trent’anni prima. Il trend è crescente anche per le persone in età avanzata: un uomo di 65 anni può aspettarsi di vivere altri 18,4 anni e una donna altri 21,9 anni, un ottantenne altri 8,3 e una ottantenne 10,1 anni. A livello territoriale, l’area del Paese più longeva è quella del Centro nord. Nel secondo trimestre 2012 gli occupati sono 23 milioni 46mila, in calo dello 0,2% in confronto allo stesso trimestre del 2011 (-48 mila unità). La diminuzione riguarda esclusivamente la componente maschile. Il tasso di occupazione (15-64 anni), dopo la flessione del precedente trimestre, segnala un moderato calo tendenziale (-0,1 punti percentuali), attestandosi al 57,1%. Sempre nel secondo trimestre 2012, il numero dei disoccupati è pari a 2 milioni 705 mila unità, con un aumento tendenziale su base annua del 38,9% (+758 mila unità). Il tasso di disoccupazione è al 10,5% (+2,7 punti percentuali rispetto al secondo trimestre 2011), quello giovanile (15-24 anni) si attesta invece al 33,9%, raggiungendo il 48% se riferito alle giovani donne del Mezzogiorno. Diminuisce la popolazione che non cerca lavoro né è disponibile a lavorare. Il tasso di inattività si porta al 36,1%, in calo di 1,8 punti percentuali rispetto a un anno prima. Negli ultimi anni, l’università fatica ad attrarre i giovani. Il tasso di passaggio (rapporto percentuale tra immatricolati all’università e diplomati di scuola secondaria superiore dell’anno scolastico precedente), che era andato gradualmente aumentando con l’avvio della Riforma dei cicli accademici, fino a sfiorare quota 73% nell’anno accademico 2003/2004, si è progressivamente ridotto per attestarsi al 61,3% nel 2010/2011. Nel 2011, le famiglie in condizione di povertà relativa sono in Italia 2 milioni 782 mila (l’11,1% delle famiglie residenti) corrispondenti a 8 milioni 173 mila individui poveri, il 13,6% dell’intera popolazione. Nel corso degli anni, la condizione di povertà è peggiorata per le famiglie numerose, con figli, soprattutto se minori, residenti nel Mezzogiorno e per le famiglie con membri aggregati, dove convivono più generazioni. Nel 2010, in Italia è materialmente deprivato il 25,8% delle famiglie residenti nel Mezzogiorno, (contro il 15,7 della media nazionale), valore che raggiunge il 30% in Sicilia e in Campania. Nel Mezzogiorno il rischio di povertà o di esclusione sociale supera la media nazionale di circa 15 punti percentuali (39,5% contro 24,6%) ed è più del doppio rispetto al valore del Nord (15,1%); inoltre è maggiore fra le famiglie con tre o più figli (37,1%) e fra quelle monogenitore (35,7%). Le persone senza dimora corrispondono a circa lo 0,2% della popolazione regolarmente iscritta presso i comuni considerati dall’indagine, va tuttavia precisato che questo collettivo include individui non iscritti in anagrafe o residenti in comuni diversi da quelli dove si trovano a gravitare. Sono senza dimora per lo più uomini (86,9%); la maggioranza di queste persone ha meno di 45 anni (57,9%), nei due terzi dei casi hanno conseguito al massimo la licenza media inferiore mentre il 72,9% dichiara di vivere solo. In quasi sei casi su dieci si tratta di stranieri (59,4%). Più della metà delle persone senza dimora che usano servizi (58,5%) vive nel Nord, il 22,8% nel Centro e il 18,8% nel Mezzogiorno. La distribuzione delle persone senza dimora sul territorio della Penisola dipende essenzialmente dalla loro concentrazione nei grandi centri: infatti Milano e Roma accolgono il 71% delle persone stimate dalla rilevazione campionaria. Nel 2009 i Comuni italiani, in forma singola o associata, hanno destinato agli interventi e ai servizi sociali 6 miliardi e 978 milioni di euro. La spesa media pro capite è pari a 115,9 euro, ma le differenze territoriali sono significative: si va da un minimo di 25,5 euro in Calabria a un massimo di 297 nella provincia autonoma di Trento. Al di sopra della media nazionale si collocano tutte le regioni del Centro-Nord, con l’eccezione dell’Umbria, e la Sardegna, mentre il Sud (escluse le Isole) presenta i livelli più bassi di spesa media pro capite (51 euro), circa tre volte inferiore a quella del Nord-est (161 euro). Le politiche di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale incidono per l’8,3% della spesa sociale, mentre il 6,3% è destinato ad attività generali o rivolte alla “multiutenza”. Le quote residue riguardano le aree di utenza “” (2,7%) e “dipendenze” (0,9%). Tuttavia, per una lettura più ampia e dettagliata del Rapporto i dati sulla Coesione Sociale sono disponibili in un data warehouse dedicato, consultabile online dall’home page dei siti dei tre Enti che hanno contribuito alla sua realizzazione: www.lavoro.gov.it; www.istat.it; www.inps.it

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