Presentato il 2° Rapporto sulla Coesione Sociale 2011

di Sabatino Grasso

L’Inps, l’Istat e il Ministero del lavoro e delle politiche sociali hanno presentato il secondo Rapporto sulla Coesione sociale. Quest’anno il rapporto è articolato in due volumi, il primo è una guida ai principali indicatori utili a rappresentare la situazione nel nostro Paese e la sua collocazione in ambito europeo. L’obiettivo è quello di fornire, in modo particolare ai policy maker, le indicazioni basilari per conoscere le situazioni economiche e sociali sulle quali intervenire per migliorare le condizioni di vita delle persone. Il secondo si compone di una serie di tavole statistiche che offrono dati, generalmente aggiornati al 2010, articolati a diversi livelli territoriali per consentire comparazioni regionali e internazionali. A questo fine sono state utilizzate indagini statistiche ed archivi amministrativi nazionali (di fonte Inps, Ministero del lavoro e Istat) e fonti internazionali (Eurostat e Ocse). Scorrendo le pagine del Rapporto si legge, ad esempio, che al 1° gennaio 2011 sono 60 milioni e 626mila i residenti in Italia, 286mila in più dell’anno precedente. L’incremento della popolazione è dovuto al saldo attivo del movimento migratorio con l’estero (+6,3 per mille), che compensa l’effetto negativo del saldo naturale. Il saldo complessivo è del +4,7 per mille. Gli stranieri residenti nel nostro Paese sono 4 milioni e 570 mila (+335 mila rispetto all’anno precedente) e costituiscono circa l’8% della popolazione. Le cittadinanze straniere maggiormente rappresentate (sempre al 1° gennaio 2011) sono quella romena (969 mila residenti), la comunità albanese (483 mila residenti) e quella marocchina (452 mila residenti). Nel 2010 sono stati iscritti in Anagrafe circa 562 mila nati. Un bambino su quattro (25,4%) è nato al di fuori del matrimonio, il doppio di quanti erano dieci anni prima. Ogni 100 nati iscritti in Anagrafe nel 2009, 18 hanno almeno un genitore straniero; di questi, 14 hanno i genitori entrambi stranieri. Relativamente al lavoro, nel secondo trimestre 2011 gli occupati sono 23 milioni 94mila, lo 0,4% in più  dello stesso trimestre del 2010 (+87 mila unità). L’incremento riguarda esclusivamente la componente femminile. Il tasso di occupazione (15-64 anni) rimane stabile su base annua al 57,3%, dopo dieci trimestri consecutivi di flessione e il lieve incremento registrato nel trimestre precedente. Sempre nel secondo trimestre 2011 il numero dei disoccupati è pari a 1 milione 947mila unità. Il tasso di disoccupazione è al 7,8% (+0,5 punti percentuali rispetto al terzo trimestre 2010), quello giovanile (15-24 anni) si attesta invece al 27,4%, raggiungendo il 44% se riferito alle donne del Mezzogiorno. Continua a crescere la popolazione che non cerca lavoro né è disponibile a lavorare. Il tasso di inattività si porta al 37,9%, quattro decimi di punto in più rispetto a un anno prima. Nel 2010, gli occupati a tempo determinato sono 2 milioni 182 mila, il 12,8% dei lavoratori dipendenti. Si tratta in gran parte di giovani e donne. Gli occupati part-time sono invece 3 milioni 437mila, il 15% dell’occupazione complessiva. Anche in quest’ultimo caso prevale nettamente la componente femminile. Nel dettaglio regionale va rilevato che la Lombardia, una delle regioni in cui il lavoro dipendente si concentra di più – in media 2 milioni 748 mila dipendenti, il 22,1% del totale (dati 2011) – presenta la crescita su base annua più accentuata (+1%). La Campania, altra regione con molti lavoratori dipendenti, oltre 732 mila, fa registrare il calo più forte (-1,4%). Rispetto alla scuola, va sottolineato che nel 2010, la quota di giovani 18-24enni che hanno abbandonano prematuramente gli studi o qualsiasi altro tipo di formazione è pari al 18,8%. Si tratta di un valore nettamente superiore a quello dell’Unione Europea a 25 paesi (13,9%) e ancora lontano dall’obiettivo stabilito dalla Strategia Europa2020 della Commissione Europea, che intende portare gli abbandoni sotto la soglia del 10%. Nel Mezzogiorno, dei circa 400mila giovani fuori dagli studi, appena il 31,9% è occupato (contro il 43,8% della media nazionale e il 57,9% nel Nord-est), mentre il 49,3% risulta inattivo. Rispetto alla conciliazione tempo di lavoro e cura della famiglia (nonostante il miglioramento avvenuto negli ultimi anni), le donne continuano ad avere maggiori difficoltà a conciliare i tempi di lavoro e di cura della famiglia: in media, giornalmente, guardando all’insieme del lavoro e delle attività di cura, la donna lavora 1 ora e 3 minuti in più del suo partner quando entrambi sono occupati (9 ore e 9 minuti di lavoro totale per le donne contro le 8 ore e 6 minuti degli uomini). Per le coppie con figli il divario di tempo sale a 1 ora e 15 minuti (anni 2008-2009). L’indice di asimmetria del lavoro familiare – ossia quanta parte del tempo dedicato al lavoro domestico, di cura e di acquisti di beni e servizi è svolta dalle donne – indica che il 71,3% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne. Rispetto al nodo povertà nel 2010, in Italia, le famiglie in condizione di povertà relativa sono 2 milioni 734 mila (l’11% delle famiglie residenti), corrispondenti a 8 milioni 272 mila individui poveri, il 13,8% dell’intera popolazione. Il 10,2% delle persone vive in famiglie a bassa intensità di lavoro, dove cioè meno del 20% del tempo teoricamente disponibile è impiegato in attività lavorative. Questo dato si spiega anche con la prolungata convivenza con i genitori dei giovani 18-34enni in cerca di occupazione. Guardando all’Europa, i quattro paesi meridionali (Spagna, Portogallo, Grecia, Italia), insieme al Regno Unito, sono quelli caratterizzati dal maggior grado di disuguaglianza nella distribuzione dei redditi nell’Europa a 15. In base al rapporto fra la quota di reddito del 20 percento più ricco e quella del 20 percento più povero della popolazione, nel 2010 i paesi con la minore diseguaglianza nell’Europa a 15 sono i Paesi Bassi, l’Austria, la Finlandia e la Svezia. Infine, per quello che concerne le spese per servizi socio-assistenziali nel 2008 i Comuni italiani, in forma singola o associata, hanno destinato agli interventi e ai servizi sociali 6 miliardi e 662 milioni di euro, un valore pari allo 0,42% del Pil nazionale. La spesa media pro capite è pari a 111 euro, ma le differenze territoriali sono significative: si va da un minimo di 30 euro in Calabria a un massimo di 280 nella provincia autonoma di Trento. Al di sopra della media nazionale si collocano tutte le regioni del Centro-Nord e la Sardegna, mentre il Sud (escluse le Isole) presenta i livelli più bassi di spesa media pro capite (52 euro), circa tre volte inferiore a quella del Nord-est (155 euro). Famiglia e minori, anziani e persone con disabilità sono i principali destinatari delle prestazioni di welfare locale, su queste tre aree di utenza si concentra l’82,6% delle risorse impiegate. Le politiche di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale incidono per il 7,7% della spesa sociale, mentre il 6,3% è destinato ad attività generali o rivolte alla “multiutenza”. Le quote residue riguardano le aree di utenza “immigrati e nomadi” (2,7%) e “dipendenze” (0,7%). Nelle regioni del Sud quote di spesa significative sono destinate alle politiche di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale: il 12,3% nel complesso dell’area, a fronte di una media nazionale del 7,7%, con un picco del 23,8% in Calabria. Nelle regioni del Nord un volume maggiore di risorse è impiegato per la cura degli anziani e, soprattutto nel Nord-est, dei disabili. La quota di spesa destinata a interventi e servizi per i disabili è elevata anche nelle Isole (29,1%). L’area di utenza “disabili” è anche quella che registra i livelli di spesa pro capite più elevati, in media 2mila 500 euro, valore che sale a 5mila euro nel Nord-est. Tuttavia, per una lettura più esaustiva del Rapporto si rimanda al sito del Ministero del Lavoro www.lavoro.gov.it

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